di Viola Caon
PERUGIA. “Un signore d’altri tempi ben radicato in questo.” È così che lo speaker ha presentato oggi (2 aprile) al Teatro del Pavone di Perugina Sergio Romano, uno dei più grandi editorialisti del Corriere della Sera. Giornalista dal 1946 sul Popolo, il quotidiano della Democrazia Cristiana, poi diplomatico e infine penna autorevole del Corriere nazionale, Romano è intervenuto alla sessione di stamattina del Festival de Giornalismo sul tema "Giornalismo, poteri e responsabilità".
Un uomo d’altri tempi: si nota subito dal tono compassato e autorevole con il quale si rivolge alla platea. È infatti una prospettiva carica dell’autorevolezza di chi è da tanto sulla piazza quella che l’editorialista propone parlando di globalizzazione e dei suoi effetti sul giornalismo italiano e internazionale.
“Nel suo famoso discorso alla Reuters Building, Tony Blair notava già qualche anno fa che i problemi da affrontare quotidianamente erano passati da una media di uno al giorno a una di minimo tre: uno al mattino, uno al pomeriggio e uno alla sera.” Erano questi i primi segnali della portata delle conseguenze che la società globalizzata stava avendo sul mondo della politica e, quindi, anche della comunicazione. In altre parole, di fronte a un orizzonte improvvisamente allargato, all’interno del quale crescevano in maniera direttamente proporzionale sia la quantità di notizie da gestire sia la richiesta di informazione da parte del pubblico, il giornalismo si è trovato a dover ripensare se stesso e i modi in cui si presenta. Internet e le versioni online dei quotidiani hanno fatto progressivamente la loro comparsa, spesso superando la stessa versione cartacea per numero di fruitori.
“Di fronte a questo tipo di panorama, il giornalismo non poteva non avere una crisi strutturale – sottolinea Romano e continua – Il giornalismo italiano, in particolare, ha quattro problemi specifici rispetto a tutti gli altri. Innanzitutto, è un giornalismo tardivo: non dobbiamo dimenticare, infatti, che l’Italia è stato un paese al 70% analfabeta fino a dopo l’Unità d’Italia. In secondo luogo, c’è uno strano conflitto d’interessi all’interno delle redazioni e in generale nell’esistenza dell’Ordine dei Giornalisti che ha la pretesa di avere un rigore che in realtà non esiste, dal momento che molto spesso ci sono interessi troppo forti da parte delle proprietà private dei giornali per garantire tale rigore. Terzo, a livello di stile si verificano degli strani intrecci derivanti dal fatto che in Italia i giornalisti hanno delle ambizioni letterarie. Il giornalismo non può essere buona letteratura, ma quello italiano, per realizzare questa velleità, ne assume tutti i vizi: dall’incipit pomposo alla verbosità e la complessità della sintassi. Infine, il quadro politico italiano è estremamente frammentato e il giornalismo ne riflette direttamente le contraddizioni.”
Dopo questa panoramica abbastanza allarmante, tuttavia, Romano fa un’affermazione illuminante e rincuorante al tempo stesso, ristabilendo in un colpo i termini del dibattito: “Attenzione: non è il mestiere ad essere in crisi, è l’impresa che lo tiene in piedi ad esserlo.” Ovvero, è il New York Times che è costretto a vendere uno dei propri edifici per evitare di diventare completamente di proprietà messicana (lo è già per il 30%); è il Wall Street Journal che ha licenziato il 50% dei propri impiegati. Particolari non trascurabili senza dubbio per chiunque abbia oggi l’aspirazione di svolgere in futuro questo mestiere.
“Tuttavia – dice Romano – non sono i valori alla base del mestiere del giornalismo ad essere entrati in crisi e ancora meno lo è la necessità di informazione, che anzi è sempre più in espansione nella società globale.”
La risposta che il giornalismo deve dare alle sfide attuali si deve porre, dunque, in termini di serietà e approfondimento. “Bisogna perseguire la serietà, per quanto le leggi di mercato cui il giornale è inevitabilmente sottoposto porterebbero spesso a fare il contrario”. Una conferma del fatto che la qualità dell’informazione viene sempre premiata arriva, del resto, dall’esperienza del Frankfurter Allgemeine Zeitung, giornale tedesco additato come modello e speranze dall’editorialista del Corriere in quanto l’unico che negli ultimi anni, continuando ad offrire un prodotto di alta qualità, anche d’elite se vogliamo, ha aumentato le vendite.
Serietà, dunque, e mantenimento di un alto standard di qualità dei contenuti. Queste sono le soluzioni proposte da Romano perché il giornalismo sopravviva degnamente all’ondata della globalizzazione. Un’operazione questa che richiede, secondo il giornalista, l’attenta scelta dei mezzi: “Bisogna stare attenti ai blog”, dice “Essi, infatti, sono spesso l’espressione diretta ed auto-referenziale di un singolo individuo e non un giornale di qualità solo perché esprime chiaramente un punto di vista. Anzi, molto spesso il punto di vista espresso da un blogger asseconda i peggiori istinti di qualunquismo e di rigetto della politica. Un giornale vero e di qualità si propone di fare esattamente l’opposto, ovvero essere il contraltare del dibattito politico di un paese. Credo perciò che una buona attività di resistenza in difesa della qualità e, in parte, della carta stampata sia una buona via per garantire un giornalismo di alto livello anche in futuro.”
“Un signore d’altri tempi ben radicato in questo”, si diceva all’inizio. È proprio questa la lezione proposta da Sergio Romano stamattina al Teatro Pavone: aprirsi e capire le nuove esigenze della società senza mai dimenticare l’eredità messa a disposizione dal passato.