La crisi a Siena (e in Italia) era cominciata molto prima del 2008
di Mauro Aurigi
SIENA. Tempo fa, ben prima delle elezioni amministrative del 2013, io e Beppe Grillo, in uno dei pochissimi faccia a faccia che abbiamo avuto, facevamo alcune considerazioni su temi politici assolutamente banali, ma che pure il Italia non si sentono mai fare, e meno che mai da parte di politici o intellettuali, probabilmente molto interessati a che se ne parli il meno possibile.
LA CRISI A SIENA E’ COMINCIATA NEGLI ANNI ‘80
Avevo cominciato io evocando i giuristi dei liberi comuni italiani del Trecento che per primi avevano varato i termini “sovranità popolare” e “populus sibi princeps” (il popolo principe di se stesso) e dato questa definizione al termine “politica”: arte di gestire una società di uomini liberi solo sottomessi alle leggi che essi stessi si danno (roba da 5Stelle ante litteram). Non è però che le cose, dopo così tanto tempo siano andate proprio bene. A Siena, per esempio c’è una concentrazione di potere, di ogni forma di potere – politico, culturale, sociale e economico e perfino religioso – che non ha l’uguale nel Paese e forse nell’Occidente, se si esclude la Città del Vaticano. Perché qui avere il potere ha significato controllare anche Monte dei Paschi, Fondazione, Università e Ospedale, quattro istituzioni pubbliche che erano titolari di un patrimonio economico e culturale enorme, accumulato nel corso di un millennio. Esse e il loro indotto, rappresentavano almeno l’80% della vita economica, sociale e culturale cittadina. Insomma qui il potere era ed è in grado di sottomettere i cittadini non diversamente che nelle grandi dittature del secolo scorso, anche se la situazione obiettiva non gli ha consentito di essere altrettanto brutale.
Tutto questo potere sottratto al popolo e concentrato in uno o al massimo in due o tre unti del signore e nelle loro voracissime clientele (per inciso: nessun politico di una trentina d’anni fa avrebbe mai auspicato una simile evoluzione, tanto che i pochi sopravvissuti di quell’epoca sono stati tutti emarginati) ha già prodotto i suoi effetti. Tutta quella ricchezza e quella cultura accumulata dal popolo in quegli enti nel corso dei secoli, è stata sperperata, prima drogando la Città (calcio, basket ecc.) e poi svuotando, portandole alla crisi, banca, università, fondazione, ospedale e lo stesso comune. E’ bene sottolinearlo ancora: si tratta di una crisi che è crisi dell’80% della realtà economica, culturale e sociale della Città e che a Siena non è cominciata nel 2008, ma almeno dagli anni ’80 dello scorso secolo (avvento dei due grandi decisionisti Luigi Berlinguer e Pierluigi Piccini). E abbiamo appena cominciato a pagarne le conseguenze: il bello deve ancora arrivare.
COSA DIVIDE LA POVERA SVIZZERA DALLA RICCHISSIMA UGANDA
D’altra parte non poteva essere altrimenti. Esiste una regola nella politica secondo la quale quanto più il potere di uno o di una casta schiaccia i cittadini (ossia quanto più la volontà scende dall’alto) tanto più le condizioni di quei cittadini sono arretrate. Viceversa quanto più la società civile conta e domina la propria classe politica (ossia quanto più la volontà sale dal basso), tanto più quel paese è progredito in termini culturali, sociali ed economici, insomma in termini di civiltà. E questa è una regola senza eccezioni tanto nell’attualità come nella storia dell’uomo. In questa regola stanno tutti i motivi delle differenze oggi esistenti tra l’Occidente e il resto del mondo. Non solo: quella regola produce analoghe differenze all’interno dello stesso Occidente, visto che i paesi nord europei e anglo-sassoni, grazie alla maggiore emancipazione del popolo, sono più evoluti di quelli orientali e mediterranei. Lo stesso vale per le differenze esistenti nel nostro Paese tra nord e sud.
Insomma in Svizzera, che è il territorio più povero di risorse dell’Europa, vive il popolo più ricco e civile del pianeta, ma è anche il popolo che ha il massimo dell’indipendenza dalle oligarchie della politica. Mentre in Uganda, che è il territorio più ricco del mondo (oro, diamanti, petrolio, uranio e terreni fertilissimi), siccome l’intero potere è nelle mani di pochissimi oligarchi e signori della politica (e della guerra) vive uno dei popoli più disperati e miserabili della Terra.
Se qualcuno avesse dei dubbi a proposito di questa regola, provi a domandarsi i motivi dell’abisso che separa l’America del Nord da quella del Sud (che ha più risorse naturali della prima).
UN “UOMO DELLA PROVVIDENZA” COME MEGLI ANNI ‘20
Nel nostro paese il riemergere nel corso degli ultimi 30-35 anni dell’atavica cultura nazionale dell’autoritarismo è andato di pari passo (ma come poteva essere diversamente?) col progressivo recedere, rispetto agli altri paesi europei (anche rispetto a Spagna e Irlanda che pure erano più arretrati dell’Italia) di ogni aspetto della vita civile: dalla cultura, all’economia, alla società. Insomma anche in Italia la crisi non è cominciata nel 2008, ma in quegli anni ’80 che coincidono con l’arrivo al governo dell’autocrate decisionista Craxi. La destra e la sedicente sinistra oggi si rinfacciano puerilmente le responsabilità della crisi che invece sono esclusivamente loro e in parti uguali. Da meno di 40 anni, finita la spinta propulsiva della Resistenza e della nuova Costituzione (da cui il miracolo economico dell’epoca), destra e pseudo-sinistra fanno infatti a gara a concentrare sempre più in alto e sempre in meno mani il potere, ogni sorta di potere. Prima l’hanno tolto al popolo, vanificando i referendum e sottraendogli la scelta dei propri rappresentanti, poi hanno sottratto ogni potere anche ai rappresentanti, per cui le assemblee elettive non contano più niente né a livello di comune né di provincia, regione o stato. Insomma il potere si va concentrando nelle mani del capo del comune, della provincia, della regione e del governo (e del partito). E più quel processo di concentrazione avanza e più il Paese arretra. Oramai siamo alla psicosi degli anni Venti, quando l’inconsistente cultura politica nazionale si convinse che ci voleva un unto del signore, un uomo della provvidenza che risolvesse i nostri problemi (ricordate l’aula sorda e grigia?). Infatti ci costò mezzo milione di morti italiani e 100 milioni nel resto del pianeta. Non c’è politico oggi che non si presenti con la stessa vocazione, che si chiami Prodi o Berlusconi o Bossi o D’Alema o Renzi.
Immemori di quello che è successo allora, ci stiamo di nuovo convincendo che solo affidando tutto il potere ad un uomo si può uscire dalla mota in cui stiamo affondando.
MA LA DEMOCRAZIA PUO’ ANCORA TORNARE DI MODA
In Italia solo Beppe Grillo si era reso conto di quello che stava succedendo. Vox clamans in deserto, era l’unico che si sgolasse che per salvarsi bisognava ridurre i mestieranti (mercenari) della politica a meri dipendenti del popolo, insomma rovesciare l’attuale situazione in cui sono i governanti a controllare i governati. Oppure, meglio ancora, mandare a casa i politicanti e sostituirli con i normali cittadini: i politici nei partiti e i cittadini nelle istituzioni (è la democrazia diretta, bellezza!). Si è sgolato così forte che in molti l’hanno sentito: ormai il suo è un blog tra i più nutriti del pianeta con centinaia di migliaia di visite al giorno, mentre si sono costituiti centinaia di gruppi di discussione che hanno aggregato decine di migliaia di volontari che la pensano come lui, ossia che pensano che sia arrivato il momento per la società civile di rimboccarsi le maniche e occuparsi della politica. A cominciare dai Comuni. E siamo solo all’inizio.