Chi non lo sa opera una dannosa massificazione

SIENA. La scorsa settimana, scrivendo dell’Anteprima del Brunello, avevo accennato alla crisi che ha scosso questa gloriosa denominazione negli ultimi due anni e al fatto che, se non risolta in modo coerente e deciso, essa minacciava di colpire il valore del suo mito nel mondo.
Mi è così tornato alla memoria lo splendido articolo dal titolo “Nel prezzo di una bottiglia la voce che conta è il mito”, scritto nel settembre 1990 per la Rivista “Civiltà del bere” da Attilio Scienza, oggi professore ordinario di Viticoltura alla facoltà di Agraria nell’Università di Milano.
Attilio Scienza, oltre ad essere un illustre docente, è anche un appassionato della pratica viticola, cui si è da tempo dedicato nella sua bella azienda della Maremma. Perciò nei suoi scritti traspare spesso una sintesi affascinante tra la teoria dello studioso e la concreta esperienza del vignaiolo. Le sue intuizioni sul rapporto tra vino e mito, contenute nell’articolo cui mi riferivo, sono particolarmente acute e brillanti e ho pensato di riprodurne i punti più significativi.
“Nessuno si è mai chiesto come mai lo Chardonnay e la barrique, nati alcuni secoli fa in Borgogna, non siano giunti in Italia da questa regione francese ma piuttosto dalla California. Si possono tentare alcune spiegazioni di natura tecnologica o commerciale ma, in definitiva, ciò che ha lasciato intravedere la possibilità di produrre anche in Italia un vino simile alla Borgogna, è stata la perdita del mito, una forma di svilimento che la California ha operato su quel vino, che per la cultura europea non poteva invece essere imitato. E’ bastato spostare il valore evocativo di un vino dall’ambiente di coltivazione (terroir), ricco di misteri non riproducibili, al vitigno, per legittimare in tutto il mondo la possibilità di moltiplicare copie più o meno simili di vini fatti con lo Chardonnay.
Questa erosione del mito del vino, operata in origine dalle viticolture del Nuovo Mondo ma rapidamente adottata dalle viticulture povere d’Europa, se nel breve periodo sembra incrementare il consumo di questi vini… a lungo andare opera una dannosa massificazione sulla immagine complessiva di questa bevanda.
Il prezzo del vino è allora in funzione della intangibilità del suo mito, deve essere così connaturato ad un ambiente ben preciso e limitato, da non poterlo ripetere in nessuna altra parte del mondo: non dipende quindi dai costi di produzione come varie scuole economiche sostengono.
Gli alti prezzi di alcuni vini sono giustificati dalla fedeltà con la quale il viticoltore ne difende il mito e dalla loro conseguente irriproducibilità…. Le speranze della viticoltura italiana non sono allora riposte nei vini innovatori, di bella presenza, inventati in cantina e privi di mito, ma nei vini che affondano le loro radici nella storia e che sulla loro immutabilità nel tempo fondano il loro valore economico”.