Se fallisce la Grecia, tutti gli scenari sono possibili.
di Red
SIENA. Non a caso, l’articolo di venerdì così concludeva: “il focus della giornata… dove gli analisti, avuto un giorno per comprendere la vera portata della manovra economica del governo italiano, trarranno le loro conseguenze”. Sicuramente le ha tratte Herr Juergen Stark, vicepresidente Bce, che si è dimesso per motivi personali, ufficialmente, ma non ci ha creduto nessuno. Il nesso logico è la contrarietà dell’economista tedesco a continuare nell’inutile acquisto di titoli di stato italiani, dal momento che la manovra economica italiana è una puntata di “Scherzi a parte”. I mercati hanno creduto a questo e non al vago Berlusconi, che faceva il giro delle televisioni a propagandare il “miracolo” che “nessun tecnico al mondo sarebbe stato in grado di fare” con un filmato realizzato in una fiera strapaesana contrabbandata per dibattito politico.
Era il tardo pomeriggio e una borsa sonnacchiosa, ma comunque in lieve perdita, tracollava clamorosamente. Dalle 15 alle 17:30 l’indice FTSE Mib realizzava -4,93%, col solo titolo Bulgari in perfetta parità e tutti gli altri negativi. MPS presentava un -6,14% a euro 0,3743 (performance a un anno -55,79%!) che non era nemmeno il peggior risultato di giornata tra i bancari, Unicredit ha fatto -8,22%, e chissà chi avrà voglia di impegolarsi in un nuovo aumento di capitale a Piazza Cordusio. L’ulteriore intervento della Bce frenava la crescita dello spread tra Bund e BTp a 355 punti, ma lo scenario era chiaro fin dal mattino. Già i telegiornali di mezzogiorno avevano dato voce al presidente della Repubblica Napolitano che a Palermo, evidentemente sollecitato, poneva l’accento sulla crescita, sul ridimensionamento della politica, sul debito pubblico e il suo costo. I colleghi europei si erano fatti sentire. E anche la signora Marcegaglia da Chianciano Terme, pur ospite dell’opposizione Udc, sentenziava: “Abbiamo un problema di credibilità. O il governo, molto velocemente, dimostra che è in grado di fare una grande operazione, in termini di quantità ma anche di equità, superando i veti, oppure penso che dovrebbe trarne le conseguenze, perché non possiamo restare in questa incertezza. Il nostro Paese è in pericolo: o i problemi li diciamo chiaramente e li mettiamo sul tavolo e cerchiamo di risolverli o facciamo finta che non ci siano ma facciamo un danno al Paese”. Corrado Passera di Intesa San Paolo rincara la dose: “serve un piano per la crescita: o il governo Berlusconi lo mette in atto o meglio cambiare”, lo stacco dell’industriale e del banchiere dal carrozzone della casta politica è netto, vuol dire che non hanno più niente da perdere nel rischiare la benevolenza del governo.
Tre voci autorevoli che ammettono essere lacunosa e ingannatrice la manovra del governo: quattro indizi, comprese le dimissioni di Stark, fanno una prova, si dice correntemente, e lunedì sarà ancora peggio, perché in Parlamento un altro voto di fiducia, questa volta alla Camera, renderà non migliorabile quello che stanno approvando. Manca la voce della terza banca del paese, ormai acefala nei due ruoli più importanti (e il dg Vigni non arriverà alla fine della prossima settimana, a quanto si dice, mentre già si fanno i due o tre nomi di sostituti); le stanze senesi sono sempre più silenziose. Solo il sindaco Ceccuzzi, imbarazzato, ha rilasciato un breve comunicato stampa che fatto in campagna elettorale gli sarebbe costato il risultato elettorale. Addirittura fantasma il presidente MPS e Abi Giuseppe Mussari. Era dato oggi presente a Venezia in pompa magna, relatore perfino in apertura di convegno sul tema “Banche e cinema 2011”. Invece dai resoconti delle cronache, compresa quella disponibile in sala stampa Abi, è letteralmente scomparso, e al suo posto si è presentato il direttore generale Giovanni Sabatini, autore di parole di circostanza sui finanziamenti delle banche per la realizzazione di film. Con gli istituti di credito in crisi di liquidità che si ingegnano a non trattare mutui, cosa pensano di fare all’Anica?
Secondo l’agenzia Bloomberg, la Merkel ha preparato il piano di salvataggio delle banche tedesche stracolme di titoli di stato greci, prevedendo perdite oltre il 50% del capitale investito. Quindi la prossima settimana ci si attende l’uscita della Grecia dall’euro, e già le smentite degli interessati fioccano. Naturalmente per realizzare tutto ciò si aspetta che lunedì il governo greco comunichi di non essere in grado di imporre al proprio paese le dure condizioni accettate affinché gli aiuti europei venissero erogati, e che l’adesione dei privati all’operazione di swap non abbia ricevuto il 90% dei consensi, come richiesto. La borsa francese ha penalizzato i titoli di Societé Générale e Crédit Agricole, le banche transalpine più esposte in Grecia. Le conseguenze potrebbero essere incalcolabili, compresa la fine dell’Euro.
Mentre capitali delle multinazionali stanno rientrando negli USA provocando un nuovo apprezzamento del dollaro, il Dow Jones ha chiuso le contrattazioni in rosso, travolta dai risultati negativi del vecchio continente. Goldman Sachs chiosa: “Gli istituti europei hanno sufficiente capitale, ma vediamo un rischio legato ai titoli di stato, o meglio alle possibili svalutazioni che potrebbero essere imposte a chi detiene queste obbligazioni governative”. Sarebbero 38 istituti europei… Siena compresa, per molti miliardi di euro. Nel report la banca d’affari non manca di abbassare il target price delle banche prese di mira. Nel caso di MPS passa da euro 0,60 a 0,55 (e tante grazie per aver curato il collocamento di 450 milioni di azioni privilegiate della Fondazione). Per concludere, a Marsiglia è cominciata una riunione del G7. Certo, nel peggiore dei modi. Nemmeno Draghi ha avuto la forza di fare un commento alle dimissioni di Stark. Sicuramente sapeva già tutto da giovedì, quando le differenze di vedute si sono dimostrate insanabili all’interno della Bce.