di Vito Zita
SIENA. Mancano 27 giorni alle elezioni presidenziali statunitensi e l’attenzione dei mercati è ormai focalizzata sul confronto sempre più acceso tra i due candidati. Il tanto atteso primo dibattito sembra non aver aiutato a dissipare i dubbi degli indecisi o ad accentuare il divario dell’ex presidente Biden, quindi cosa dobbiamo aspettarci?
A causa del contagio Covid il presidente Trump ha dovuto cancellare gli impegni elettorali più immediati come quello in Florida, e il suo avversario Biden dichiara il suo “no” a ulteriori dibattiti se l’attuale presidente risulta ancora positivo al Covid-19. In questo momento i sondaggi elettorali dicono che Biden detiene un vantaggio stabile di circa il 7% rispetto a Trump, percentuale che potrebbe essere ribaltata con il prosieguo della campagna elettorale, dovuta anche alle proteste legate al problema dei rapporti razziali negli Stati Uniti e ai difficili rapporti con la Cina che hanno impattato in modo pesante sulla campagna elettorale per le prossime elezioni presidenziali.
Un ruolo importante può avere la quota di indecisi, circa il 7%, anche se inferiore rispetto alle presidenziali del 2016 (anno in cui Hillary Clinton ebbe un notevole vantaggio nei sondaggi ma con una percentuale intorno al 20%). Biden è attualmente in testa in tutti gli stati definiti in bilico, anche se il divario si sta assottigliando in alcuni di essi, in particolar modo Carolina del Nord e Florida, dove il risultato rimane ancora incerto. Una chiave di lettura che gioca un ruolo importante sono le preferenze delle diverse categorie di elettori: la vittoria di Trump nel 2016 è stata caratterizzata da un sostegno netto da parte delle donne che vivono nelle aree suburbane e degli over 65. Oggi Biden è in vantaggio in entrambe le categorie ma la situazione potrebbe cambiare con l’avvicinarsi delle elezioni. Biden ha un programma politico che appare meno minaccioso per i mercati, inoltre l’ampio sostegno fornito dalle autorità a seguito della crisi del COVID-19 dovrebbe ridurre la probabilità di profonda correzione dei mercati dopo le elezioni.
Ma gli argomenti sul piatto sono molteplici: il deficit commerciale tra USA e Cina, le tasse, le nomine alla Corte Suprema, le spese NATO, le influenze straniere al voto elettorale. Ciò detto, gli investitori preferiscono la stabilità e un cambio di leadership è sempre fonte di incertezza e ansia, elementi che non piacciono mai ai mercati. Storicamente, quando il partito del presidente in carica ha perso le presidenziali i mercati azionari sono stati presagio di cambiamento, perdendo terreno a settembre. Sulla base di una indagine statistica sulle ultime 29 elezioni presidenziali, sono stati considerati l’indice S&P 500 dal 1928 al 2019 e l’indice Dow Jones dal 1900 al 1927 per verificare l’andamento dei due mercati finanziari americani più rappresentativi.
La media dei risultati dice che in caso di vittoria del presidente uscente si è avuta una crescita di circa il 10-12% degli indici avendo effetti trascurabili, e comunque in crescita, nei mesi di settembre-novembre; solo a novembre si verifica una leggera flessione per poi ripartire in positivo a dicembre. Il caso opposto si verifica con la sconfitta del presidente in carica, occasione in cui i mercati finanziari statunitensi mostrano già dal mese di agosto una flessione di qualche punto percentuale che si prolunga fino alla fine di settembre per rimanere poco variato fino alla data delle elezioni e riprendere a salire solo a dicembre in modo molto blando. In conclusione con l’approssimarsi della data delle elezioni presidenziali sarà più facile capire l’orientamento dei mercati finanziari a seconda dei sondaggi elettorali o del risultato finale. Sempre che uno o entrambi i canditati alla Casa Bianca non vogliano far ricorso sull’esito in funzione della loro vittoria o sconfitta.