di Gianni Basi
SIENA. Il cartellone dell’86^ stagione di “Micat in Vertice”, fiore anno per anno sempre più variopinto all’occhiello dell’Accademia Musicale Chigiana, presenta questo venerdi 27 febbraio al Teatro dei Rozzi (ore 21), un concerto delizioso dei “Solisti di Pavia” capitanati dal loro direttore e violoncello solista Enrico Dindo.
La serata, offerta anche in questa occasione in abbonamento promozionale per i giovani, si preannuncia molto gradita a quanti amano le particolari doti sonore del violoncello. Strumento, questo “grosso grasso pezzo di legno antico”, sempre più riconosciuto come parte indispensabile di ogni qualsiasi formazione orchestrale. A chi non lo conoscesse appieno, soprattutto fra i giovani, suggeriamo di ricercarne i tocchi essenziali nelle musiche moderne che più apprezzano. Li troveranno, come una tessitura, nella notissima “Eleanor Rigby”, e imponente in “Barcelona” dei Quinn. Ma potranno scovarne anche piccoli camei nei successi dei Metallica e dei Dream Theater. Sarà facile individuarne il ronzio profondo che sembra vegliare come un gran capo sugli altri strumenti e che, quando occorre, sa trasformarsi in acuti discreti e velati.
Costruito in varie fasi attorno al 1500 da una filiera di liutai italiani (su tutti Andrea Amati, Gasparo da Salò, Giovanni Maggini) per ovviare all’impiccio della instabile viola da gamba, le usuali sei corde di quest’ultima furono ridotte a quattro e accordate tutte nel grave di un’ottava sotto. Un’invenzione geniale e corposa – date anche le dimensioni della cassa – di cui è bene, ogni tanto, che (alla pari di altre mille scoperte in tutti i campi) noi italiani ci si faccia vanto. Fu subito molto utilizzato nei trii, quartetti e quintetti, e ne furono grandi estimatori prima Boccherini poi Haydn. Adottato in larga misura da tutti i compositori del classico, stranamente se ne servì un po’ meno Mozart. Cosa che resta un piccolo (doloroso) mistero. Con Haydn, indubbiamente, questo strumento fece da colonna portante e contribuì al passaggio dal vecchio stile rococò delle corti ad una più ariosa e raffinata tecnica esecutiva, in particolare del complesso d’archi, aggiungendo fresco e aggraziato equilibrio al linguaggio melodico.
I “Solisti di Pavia”, che formano in realtà una vera orchestra coi loro violini, violoncelli, fiati, viole e contrabbassi, hanno sede nello storico Teatro Fraschini della città lombarda e si esibiscono in tutto il mondo, ospitando di frequente illustri solisti quali Giuliano Carmignola al violino e Andrea Lucchesini al pianoforte. Ma il loro ricordo più bello è legato ai concerti del 2001 con Mstislav Rostropovich, il più grande professionista del violoncello assieme a Pablo Casals. Rostropovich, che fu eletto in quell’anno presidente onorario della neonata formazione pavese, manifestò particolare entusiasmo e apprezzamento per un giovane Enrico Dindo, reduce da undici anni di eccellente “gavetta” in qualità di primo violoncellista alla Scala.
Ne diventarono amici, uniti dalla stessa passione per lo strumento e dal modo di fare musica. Rostropovich gli raccontò di quando in Russia, dopo un brindisi alla vodka, ricordò ai giovani compositori di non trascurare mai l’apporto del violoncello. Fiero che il torinese Dindo stesse ripercorrendo egregiamente la sua stessa strada, propose poi, nel corso di un banchetto coi componenti dei “Solisti”, un bicchiere di italianissimo Barolo (disse che era così buono da fargli dimenticare la vodka), affinché fosse di augurio a tutti per sempre maggiori soddisfazioni nel campo della musica. Augurio che per Dindo e i suoi “Solisti” ha colto decisamente nel segno. Vincitore nel ‘97 a Parigi della VI^ edizione del Concorso Rostropovich, e del Premio Abbiati nel 2000,
Enrico Dindo dirigerà i suoi talentuosi strumentisti al Teatro dei Rozzi in pagine ricche di eleganza e virtuosismo scritte da Haydn e Tcaikowskij. Pagine mature per entrambi i compositori, quindi costruite certosinamente, con amore e perizia. Di Franz Joseph Haydn due concerti, il n.2 in re maggiore Hob.VII:b2, e il n.1 in do maggiore Hob.VII:b1. Più intenso il primo, articolato nell’allegro moderato, l’andante e il rondò. Particolarmente vivace il secondo, dal soave cantabile al bellissimo adagio, che poi confluiranno in un finale vorticoso, un “fuoco d’artificio del primo violoncello”, a detta degli estimatori, a cui si abbandonerà con trasporto l’archetto di Enrico Dindo. Finale con la “Serenata in do maggiore op.48 di Peter Ilich Tcaikowskij, brano per archi espanso e sontuoso scritto nel 1880, dopo anni drammatici seguiti ad un’esperienza matrimoniale difficile e segnati da forti tormenti patriottici. Fu proprio in quell’anno che, come in un gioco degli opposti, Tcaikowskij compose la travolgente “Ouverture Solennelle 1812”, celebre per il suo epilogo in una apoteosi di cannonate e di campane a festa nella raffigurazione orchestrale della sconfitta delle armate napoleoniche. Emozioni veementi e reattive, per un tormentato Tcaikowskij, che si placano nella maestosità della “Serenata”. Così come fantasia e fraseggio si inseguono, amabili, nei due concerti di Haydn. Una veste dolce e meditata per entrambi, sofferta in alcuni passi, che farà di questo bel concerto chigiano una nicchia pregiata tutta racchiusa in un mare di archi. Col violoncello ad accarezzare le orecchie e ad entrarci dritto dritto nell’animo. Voce paterna, severa e burbera ma insostituibile. Quasi il suono di un rimprovero d’amore.
SIENA. Il cartellone dell’86^ stagione di “Micat in Vertice”, fiore anno per anno sempre più variopinto all’occhiello dell’Accademia Musicale Chigiana, presenta questo venerdi 27 febbraio al Teatro dei Rozzi (ore 21), un concerto delizioso dei “Solisti di Pavia” capitanati dal loro direttore e violoncello solista Enrico Dindo.
La serata, offerta anche in questa occasione in abbonamento promozionale per i giovani, si preannuncia molto gradita a quanti amano le particolari doti sonore del violoncello. Strumento, questo “grosso grasso pezzo di legno antico”, sempre più riconosciuto come parte indispensabile di ogni qualsiasi formazione orchestrale. A chi non lo conoscesse appieno, soprattutto fra i giovani, suggeriamo di ricercarne i tocchi essenziali nelle musiche moderne che più apprezzano. Li troveranno, come una tessitura, nella notissima “Eleanor Rigby”, e imponente in “Barcelona” dei Quinn. Ma potranno scovarne anche piccoli camei nei successi dei Metallica e dei Dream Theater. Sarà facile individuarne il ronzio profondo che sembra vegliare come un gran capo sugli altri strumenti e che, quando occorre, sa trasformarsi in acuti discreti e velati.
Costruito in varie fasi attorno al 1500 da una filiera di liutai italiani (su tutti Andrea Amati, Gasparo da Salò, Giovanni Maggini) per ovviare all’impiccio della instabile viola da gamba, le usuali sei corde di quest’ultima furono ridotte a quattro e accordate tutte nel grave di un’ottava sotto. Un’invenzione geniale e corposa – date anche le dimensioni della cassa – di cui è bene, ogni tanto, che (alla pari di altre mille scoperte in tutti i campi) noi italiani ci si faccia vanto. Fu subito molto utilizzato nei trii, quartetti e quintetti, e ne furono grandi estimatori prima Boccherini poi Haydn. Adottato in larga misura da tutti i compositori del classico, stranamente se ne servì un po’ meno Mozart. Cosa che resta un piccolo (doloroso) mistero. Con Haydn, indubbiamente, questo strumento fece da colonna portante e contribuì al passaggio dal vecchio stile rococò delle corti ad una più ariosa e raffinata tecnica esecutiva, in particolare del complesso d’archi, aggiungendo fresco e aggraziato equilibrio al linguaggio melodico.
I “Solisti di Pavia”, che formano in realtà una vera orchestra coi loro violini, violoncelli, fiati, viole e contrabbassi, hanno sede nello storico Teatro Fraschini della città lombarda e si esibiscono in tutto il mondo, ospitando di frequente illustri solisti quali Giuliano Carmignola al violino e Andrea Lucchesini al pianoforte. Ma il loro ricordo più bello è legato ai concerti del 2001 con Mstislav Rostropovich, il più grande professionista del violoncello assieme a Pablo Casals. Rostropovich, che fu eletto in quell’anno presidente onorario della neonata formazione pavese, manifestò particolare entusiasmo e apprezzamento per un giovane Enrico Dindo, reduce da undici anni di eccellente “gavetta” in qualità di primo violoncellista alla Scala.
Ne diventarono amici, uniti dalla stessa passione per lo strumento e dal modo di fare musica. Rostropovich gli raccontò di quando in Russia, dopo un brindisi alla vodka, ricordò ai giovani compositori di non trascurare mai l’apporto del violoncello. Fiero che il torinese Dindo stesse ripercorrendo egregiamente la sua stessa strada, propose poi, nel corso di un banchetto coi componenti dei “Solisti”, un bicchiere di italianissimo Barolo (disse che era così buono da fargli dimenticare la vodka), affinché fosse di augurio a tutti per sempre maggiori soddisfazioni nel campo della musica. Augurio che per Dindo e i suoi “Solisti” ha colto decisamente nel segno. Vincitore nel ‘97 a Parigi della VI^ edizione del Concorso Rostropovich, e del Premio Abbiati nel 2000,
Enrico Dindo dirigerà i suoi talentuosi strumentisti al Teatro dei Rozzi in pagine ricche di eleganza e virtuosismo scritte da Haydn e Tcaikowskij. Pagine mature per entrambi i compositori, quindi costruite certosinamente, con amore e perizia. Di Franz Joseph Haydn due concerti, il n.2 in re maggiore Hob.VII:b2, e il n.1 in do maggiore Hob.VII:b1. Più intenso il primo, articolato nell’allegro moderato, l’andante e il rondò. Particolarmente vivace il secondo, dal soave cantabile al bellissimo adagio, che poi confluiranno in un finale vorticoso, un “fuoco d’artificio del primo violoncello”, a detta degli estimatori, a cui si abbandonerà con trasporto l’archetto di Enrico Dindo. Finale con la “Serenata in do maggiore op.48 di Peter Ilich Tcaikowskij, brano per archi espanso e sontuoso scritto nel 1880, dopo anni drammatici seguiti ad un’esperienza matrimoniale difficile e segnati da forti tormenti patriottici. Fu proprio in quell’anno che, come in un gioco degli opposti, Tcaikowskij compose la travolgente “Ouverture Solennelle 1812”, celebre per il suo epilogo in una apoteosi di cannonate e di campane a festa nella raffigurazione orchestrale della sconfitta delle armate napoleoniche. Emozioni veementi e reattive, per un tormentato Tcaikowskij, che si placano nella maestosità della “Serenata”. Così come fantasia e fraseggio si inseguono, amabili, nei due concerti di Haydn. Una veste dolce e meditata per entrambi, sofferta in alcuni passi, che farà di questo bel concerto chigiano una nicchia pregiata tutta racchiusa in un mare di archi. Col violoncello ad accarezzare le orecchie e ad entrarci dritto dritto nell’animo. Voce paterna, severa e burbera ma insostituibile. Quasi il suono di un rimprovero d’amore.