Ospitato fino al 2 giugno nella Cappella del Manto, il confronto è tra la scultura Testa (1998) di Paladino alle tavolette lignee della Vergine e San Giovanni Evangelista dolenti (XIV secolo) di Bulgarini

SIENA. La Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala di Siena presenta Mimmo Paladino incontra Bartolomeo Bulgarini. Il segno arcaico nella contemporaneità e il dolore sacro medievale (dal 28 febbraio al 2 giugno 2025), il primo appuntamento di Out of the box – in dialogo. Dal deposito al museo – sguardi incrociati al Santa Maria della Scala.
Out of the box nasce da un’idea di Cristiano Leone, Presidente della Fondazione Antico Ospedale Santa Maria della Scala, che si inserisce nella più ampia strategia di valorizzazione del Complesso museale, attraverso dialoghi inediti tra alcuni capolavori antichi e contemporanei conservati nelle collezioni e non sempre visibili al pubblico.
Il primo momento della rassegna è dedicato all’inedito dialogo tra Domenico (Mimmo) Paladino (Paduli, 1948), tra i rappresentanti più autorevoli del movimento della Transavanguardia e il raffinato pittore trecentesco Bartolomeo Bulgarini (Siena, noto dal 1337 – 1378).
Ospitato fino al 2 giugno 2025 nella splendida cornice della Cappella del Manto, il confronto è attraverso l’accostamento della scultura Testa (1998) di Paladino alle tavolette lignee della Vergine e San Giovanni Evangelista dolenti (XIV secolo) di Bulgarini.
A cura di Michela Eremita, Responsabile Servizio Musei e Collezioni Civiche del Comune di Siena e di Chiara Valdambrini, Direttrice della Fondazione, la rassegna invita il pubblico a scoprire il patrimonio museale con occhi nuovi, esplorando le opere in mostra come presenze vive che generano nuove letture nel tempo e nello spazio quasi millenario del Santa Maria della Scala.
Come ha affermato Mimmo Paladino, ogni opera d’arte nasce da un segno arcaico che si rinnova nel tempo. Il nostro percorso al Santa Maria della Scala – afferma Cristiano Leone, Presidente della Fondazione – si fonda su questo principio: il passato non è mai chiuso in se stesso, ma trova sempre nuova vita nel dialogo con il presente. Con Out of the Box, e attraverso la nostra strategia su più livelli – riorganizzazione manageriale, ripresa del master plan architettonico, programmazione culturale e artistica – intendiamo costruire un museo dinamico, in cui il patrimonio storico e il contemporaneo si nutrono a vicenda, generando nuovi significati e aprendo prospettive inedite.
La prima esposizione accosta due artisti strettamente legati alla città di Siena: Paladino autore del drappellone vinto dalla contrada del Drago durante il Palio dell’agosto del 1992; Bulgarini, tanto vicino al Santa Maria della Scala da diventarne frate oblato nel 1370.
Lo scambio dialettico fra le opere dei due si realizza in una riflessione sul tema del dolore: quello della fragilità umana, suggerito dal profondo solco scavato dalle lacrime sulla Testa di Paladino che mostra quanto la materia possa essere segnata e consumata; quello spirituale e religioso, reso eterno dalla morte di Cristo e colto nello sconforto sui volti della Vergine e San Giovanni Evangelista dolenti di Bulgarini.
La scultura di Paladino – presentata per la prima volta a Siena il 10 novembre 1998, durante la mostra a cura di Sergio Risaliti, Itinere 1 in occasione dell’apertura del Centro Arte Contemporanea – Palazzo delle Papesse, è stata a lungo collocata nel cortile del Palazzo per poi essere trasferita nei depositi del Santa Maria della Scala nel 2008.
Le tavolette lignee a tempera oro dell’artista trecentesco, verosimilmente commissionate dall’ospedale senese, in origine erano due capi croce. Segate dal manufatto di cui facevano parte furono assemblate per svolgere la funzione di semplici immagini devozionali. Per la loro forma polilobata e le dimensioni ridotte (rispettivamente 18,3×16,7 cm e 18,4×16,5 cm), rimandano ai crocifissi in metallo dorato realizzati nelle botteghe orafe senesi fra la fine del Duecento e il Trecento.
Fortuitamente ritrovate nel Complesso alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, le tavolette lignee sono state restaurate ad opera di Peter Stiberc nel 2001.