
di Enrico Campana
SIENA. Omen nomen… Uno che si chiama Giustarini non poteva mancare in quello che dovrebbe (o vorrebbe?) essere il Giardino dei Giusti. Parlo della Fondazione della banca cittadina, la più antica d’Italia – come si ricorda nel logo – governata dal suo popolo fin dal 1472, anche se in realtà ha raccolto a sua volta l’eredità di grandi banchieri cittadini, che facevano grandi affari fin da due secoli prima. Come, ad esempio, Angioliero Angiolieri, padre di “‘l Cecco” (il sommo poeta locale, quel de s‘i fossi foco) e imparentato coi Salimbeni, il quale da un giorno all’altro si trovò in bolletta, lui gabelliere di Gregorio IX, per una scomunica papale comminata a una città che in quel momento aveva avuto il torto di diventare ghibellina e filo-imperiale.
Il Giardino dei Giusti della banca è un luogo quasi inaccessibile. Teoricamente i candidati sono i 60 mila senesi (anche se adesso c’è anche la provincia), solo 16 gli eletti. E almeno 10 mila i papabili che partecipano a una specie di “Golden Rush”, sostenuti da lobbies d’ogni genere e confessione, fra il sacro e il profano (detto senza offesa), perché lì “si parrà la nobilitate” (diceva Dante) di Siena. Nobilitate che riguarda sviluppo, innovazione, qualità della vita, cultura, arte, welfare, istruzione, prestigio accademico, turismo, sanità e ovviamente anche lo sport.
E’ stato nuovamente “intronato” sulla prestigiosa dantesca (lo scranno medievale) Gabriello Mancini, che vien dalle belle torri di San Gimignano, e apprezzo quel che avrebbe detto chiaro e tondo, da uomo pratico prima che saggio banchiere: “Non siamo un bancomat”.
Qua e là però nella sua squadra vi ritrovo qualche nomina politica, lo stupore sarebbe però che non fosse così. Vedo un paio di figure conosciute e mi chiedo come siano riusciti ad arrivare fin lì, magari sono dei fenomeni e, mi dico, hanno qualità recondite che io non conosco.
In particolare, uno di loro mi ha pregato di accompagnarlo in un viaggio di lavoro. E’ venuto a cercarmi perché aveva bisogno di un mio certo progetto, e non sono stato a pensare chi o cosa ci fosse dietro: son contento di poter essere utile a Siena anche se magari alla fine è come “portar vasi a Samo”. Costui non faceva, quel giorno, che maledire le sue civiche incombenze quotidiane, fino a quando, letta su un cartello il nome di un ameno paesino del Valdarno di poche anime, se n’è uscito con questa frase: “quanto sarebbe bello sarebbe fare il sindaco lì, ci sarebbero meno rotture di coglioni”. Eravamo in tre sull’auto, ci siamo scambiati sguardi silenziosi quanto eloquenti…
Le fondazioni bancarie, tornando alla Deoutazione, sono istituzione recente, ovviamente non hanno molta storia ma il glorioso basket cittadino è riuscito in un altro primato, quello di essere rappresentato da un capitano storico, che aveva un po’ lo stesso carisma di quello attuale, senonchè non veniva dagli States ma da uno spicchio di Siena, la nobil contrada del Nicchio.
Noto nella foto di gruppo dei neo-deputati che si staglia Fabio Giustarini, uno dei più giovani, e naturalmente il più alto. Non giocherà però né da play né da pivot, perché in fondo era troppo giovane per entrare subito nella stanza dei bottoni, nel ristretto supercomitato.
Il tratto aguzzo del viso è sempre quello di quando nella Mens Sana – se ci è permesso, senza allusioni a quelli che oggi vestono la gloriosa canotta – dei “poveri ma belli” si alzava dalla panchina perché la squadra, in deficit di centimetri, di idee, di ossigeno, aveva bisogno di un incursore, di una guida. Ecco il segaligno "Giusta" col suo ampio compasso delle gambe andare a canestro a zig zag, segnare in sottomano, far partire il contropiede, anche se più spesso Ezio Cardaioli lo impiegava come "tattico", come più tardi a Milano Dan Peterson fece con Gallinari copiando l’Archimede senese della panchina..
Fabio sapeva scuotere l’inerzia della gara, far saltare in piedi il pubblico con una palla rubata (palla o meno…), e soprattutto poteva difendere su un play come su un pivot. E la squadra e i tifosi con lui si sentivano più sicuri. Ma c’era anche il personaggio dalla goliardata che, assieme all’inseparabile Ceccherini, un altro “giusto”, riusciva a sdrammatizzare, a stemperare le nevrosi delle vigilie. Per questo, bisognava chiedere al simpaticissimo massaggiatore di quei tempi che sembra venne chiuso durante una trasferta nel vano portabagagli del bus…
Fabio è stato sempre una persona rispettabile in tutta la sua carriera, sia come giocatore, successivamente come general manager (anche se quella è stata una stagione breve), e poi come imprenditore. Ed è da lì che è venuto il riconoscimento. Lo stesso discorso vale per il contradaiolo, il ragazzino che riceve l’unto e diventa alfiere e poi capitano. Anche in questo caso, capitano vincente.
Fabio non potrà – per ora – essere il capitano di queste “eccellenze senesi”, ma certamente, credo, terrà salde quelle convinzioni che gli hanno permesso di passare fra le maglie di questa spietata selezione – come dicevo – fra le suddette lobbies ma anche veti incrociati, che son peggio delle prime.
L’ho chiamato per intervistarlo, ma senza portare mai il discorso su questa Mens Sana che là dentro ha già il suo credito, essendo diventata osmotica alla Finanziaria Senese di Sviluppo e quindi strategica per la valorizzazione del territorio.
“Si tratta – mi ha detto Fabio, con umiltà e concretezza – di una cosa piacevole e interessante, che va presa con estremo senso di responsabilità, perché la banca è un riferimento importante per i senesi”.
“Sono stato un bravo difensore, forse sono stato scelto per questo”, ha chiosato. E non ho capito bene se fosse solo una battuta.
SIENA. Omen nomen… Uno che si chiama Giustarini non poteva mancare in quello che dovrebbe (o vorrebbe?) essere il Giardino dei Giusti. Parlo della Fondazione della banca cittadina, la più antica d’Italia – come si ricorda nel logo – governata dal suo popolo fin dal 1472, anche se in realtà ha raccolto a sua volta l’eredità di grandi banchieri cittadini, che facevano grandi affari fin da due secoli prima. Come, ad esempio, Angioliero Angiolieri, padre di “‘l Cecco” (il sommo poeta locale, quel de s‘i fossi foco) e imparentato coi Salimbeni, il quale da un giorno all’altro si trovò in bolletta, lui gabelliere di Gregorio IX, per una scomunica papale comminata a una città che in quel momento aveva avuto il torto di diventare ghibellina e filo-imperiale.
Il Giardino dei Giusti della banca è un luogo quasi inaccessibile. Teoricamente i candidati sono i 60 mila senesi (anche se adesso c’è anche la provincia), solo 16 gli eletti. E almeno 10 mila i papabili che partecipano a una specie di “Golden Rush”, sostenuti da lobbies d’ogni genere e confessione, fra il sacro e il profano (detto senza offesa), perché lì “si parrà la nobilitate” (diceva Dante) di Siena. Nobilitate che riguarda sviluppo, innovazione, qualità della vita, cultura, arte, welfare, istruzione, prestigio accademico, turismo, sanità e ovviamente anche lo sport.
E’ stato nuovamente “intronato” sulla prestigiosa dantesca (lo scranno medievale) Gabriello Mancini, che vien dalle belle torri di San Gimignano, e apprezzo quel che avrebbe detto chiaro e tondo, da uomo pratico prima che saggio banchiere: “Non siamo un bancomat”.
Qua e là però nella sua squadra vi ritrovo qualche nomina politica, lo stupore sarebbe però che non fosse così. Vedo un paio di figure conosciute e mi chiedo come siano riusciti ad arrivare fin lì, magari sono dei fenomeni e, mi dico, hanno qualità recondite che io non conosco.
In particolare, uno di loro mi ha pregato di accompagnarlo in un viaggio di lavoro. E’ venuto a cercarmi perché aveva bisogno di un mio certo progetto, e non sono stato a pensare chi o cosa ci fosse dietro: son contento di poter essere utile a Siena anche se magari alla fine è come “portar vasi a Samo”. Costui non faceva, quel giorno, che maledire le sue civiche incombenze quotidiane, fino a quando, letta su un cartello il nome di un ameno paesino del Valdarno di poche anime, se n’è uscito con questa frase: “quanto sarebbe bello sarebbe fare il sindaco lì, ci sarebbero meno rotture di coglioni”. Eravamo in tre sull’auto, ci siamo scambiati sguardi silenziosi quanto eloquenti…
Le fondazioni bancarie, tornando alla Deoutazione, sono istituzione recente, ovviamente non hanno molta storia ma il glorioso basket cittadino è riuscito in un altro primato, quello di essere rappresentato da un capitano storico, che aveva un po’ lo stesso carisma di quello attuale, senonchè non veniva dagli States ma da uno spicchio di Siena, la nobil contrada del Nicchio.
Noto nella foto di gruppo dei neo-deputati che si staglia Fabio Giustarini, uno dei più giovani, e naturalmente il più alto. Non giocherà però né da play né da pivot, perché in fondo era troppo giovane per entrare subito nella stanza dei bottoni, nel ristretto supercomitato.
Il tratto aguzzo del viso è sempre quello di quando nella Mens Sana – se ci è permesso, senza allusioni a quelli che oggi vestono la gloriosa canotta – dei “poveri ma belli” si alzava dalla panchina perché la squadra, in deficit di centimetri, di idee, di ossigeno, aveva bisogno di un incursore, di una guida. Ecco il segaligno "Giusta" col suo ampio compasso delle gambe andare a canestro a zig zag, segnare in sottomano, far partire il contropiede, anche se più spesso Ezio Cardaioli lo impiegava come "tattico", come più tardi a Milano Dan Peterson fece con Gallinari copiando l’Archimede senese della panchina..
Fabio sapeva scuotere l’inerzia della gara, far saltare in piedi il pubblico con una palla rubata (palla o meno…), e soprattutto poteva difendere su un play come su un pivot. E la squadra e i tifosi con lui si sentivano più sicuri. Ma c’era anche il personaggio dalla goliardata che, assieme all’inseparabile Ceccherini, un altro “giusto”, riusciva a sdrammatizzare, a stemperare le nevrosi delle vigilie. Per questo, bisognava chiedere al simpaticissimo massaggiatore di quei tempi che sembra venne chiuso durante una trasferta nel vano portabagagli del bus…
Fabio è stato sempre una persona rispettabile in tutta la sua carriera, sia come giocatore, successivamente come general manager (anche se quella è stata una stagione breve), e poi come imprenditore. Ed è da lì che è venuto il riconoscimento. Lo stesso discorso vale per il contradaiolo, il ragazzino che riceve l’unto e diventa alfiere e poi capitano. Anche in questo caso, capitano vincente.
Fabio non potrà – per ora – essere il capitano di queste “eccellenze senesi”, ma certamente, credo, terrà salde quelle convinzioni che gli hanno permesso di passare fra le maglie di questa spietata selezione – come dicevo – fra le suddette lobbies ma anche veti incrociati, che son peggio delle prime.
L’ho chiamato per intervistarlo, ma senza portare mai il discorso su questa Mens Sana che là dentro ha già il suo credito, essendo diventata osmotica alla Finanziaria Senese di Sviluppo e quindi strategica per la valorizzazione del territorio.
“Si tratta – mi ha detto Fabio, con umiltà e concretezza – di una cosa piacevole e interessante, che va presa con estremo senso di responsabilità, perché la banca è un riferimento importante per i senesi”.
“Sono stato un bravo difensore, forse sono stato scelto per questo”, ha chiosato. E non ho capito bene se fosse solo una battuta.