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Direttore responsabile Raffaella Zelia Ruscitto
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Mps: il bisogno aguzza l’ingegno?

Restano due settimane per presentare un piano credibile

SIENA. L’imperativo categorico in Mps è fare cassa e trovare nuovi soci. Oltre a rivedere il piano di ristrutturazione alla luce delle richieste capestro della Commissione UE. In due settimane il management della banca – secondo quanto affermato dal cda (in riunione oggi 11 settembre, sperando che la data non sia infausta) – risponderà alle richieste europee con un aggiustamento del piano. Difficile pensare che in così poco tempo (e con i paletti messi da Almunia) si trovi una soluzione che permetta di salvare quel che resta della banca più antica del mondo. Il tandem ha i suoi bei pensieri… primo fra tutti come cedere le partecipate (esclusa Mps Leasing) in un momento così critico. L’idea di rimettere sul mercato ad prezzo di 8-900 milioni Antonveneta pare un’ipotesi folle, dopo averla pagata 10 miliardi (e il resto), ma non è esclusa dagli analisti.

Poi c’è il problema dell’aumento di capitale da 2,5 miliardi, mica bruscolini. Visti anche qui i tempi ristretti  Mps potrebbe dover ricorrere al bail in, cioè alla ricerca di risorse nell’ambito dei propri soci, dipendenti, creditori, correntisti eccetera, secondo i nuovi dettami di Ecofin. L’argomento è stato motivo di polemica al recente meeting di Cernobbio tra Lorenzo Bini Smaghi, che ritiene l’operazione un modo per far scendere ancora la fiducia degli investitori, e Joaquin Almunia, per il quale è logico far perdere denaro a chi ha investito in una banca “ballerina”. Ecofin propende per il “bail in” per evitare che – come è avvenuto finora con il bail out – le banche siano salvate dai contribuenti (che non possono scegliere, peraltro).  Con questo sistema azionisti e sottoscrittori di bond rischiano di perdere tutto quello che hanno investito. E Bini Smaghi potrebbe non essere dalla parte del torto… Per tacere del credit crunch, che già a luglio è sceso su base annua del 3,7% (dato in crescita). In più, la Borsa intanto sembra non credere nelle possibilità del Monte e il titolo ieri ha perso oltre il 4 per cento, ma oggi ègià in recupero sensibile.

I posti di lavoro sono un altro dei temi caldissimi – Cog docet – che hanno diviso ancra di più i sindacati dei bancari sull’opportunità o meno di azioni di lotta e scioperi. Nel nuovo piano potrebbero esserci tagli per circa 4mila posti da cui vanno detratte le circa 5oo  nuove assunzioni  per la  on line bank. L’operazione è già partita a Milano con una squadra di 8 persone comandate dal recente acquisto Andrea Cardamone, “sfilato” da Viola a Webank.  Sul tema c’è stato il 5 settembre scorso un incontro tra azienda e sindacati, apparentemente su posizioni abbastanza vicine (vedi). Il settore dopo quattro anni dovrebbe essere composto da 350 persone, di cui una quarantina da inserire già nel 2013. Una mossa di alleggerimento di strutture e uffici, che qualcuno interpreta, però, come sintomo di una futura divisione tra good bank e bad bank (cosa di cui si parla da mesi), in cui convogliare rispettivamente buone e cattive “azioni”.

Il capitolo Fondazione meriterebbe un articolo a parte, ma diciamo che alla Mansi viene chiesto essenzialmente di trovare nuovi soci, grandi o piccoli, purchessiaper cercare di salvare la banca. Non si vede come si possa pensare di ottenere tale risultato mettendo sul piatto una Fondazione “spennata” e con pochissimi atout da giocare. Anzi, con un sacco di soldi da rifondere a banche in possesso di azioni del Monte a garanzia. E se decidessero di voler rientrare e vendessero tutte?

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