Ma durante le feste ognuno vuole sentirsi libero...

di Antonio Vona*
SIENA. Sta arrivando il Natale: proprio in relazione a questa magnifica festa, vorrei parlare di un atteggiamento, che preso da sé può apparire gaio e simpatico; analizzato, però un po’ più approfonditamente, rivela un approccio non sempre corretto verso l’alimentazione, e condizionato da idee sbagliate sul ruolo del Dietologo, per definizione un dottore che ‘ti mette a dieta’, e che sarebbe più giusto definire ‘Nutrizionista’, dottore che si occupa di tutti i numerosi aspetti dell’alimentazione.
All’approssimarsi delle feste è frequentemente palpabile il timore, a volte chiaramente espresso, che il dietologo, con inaudita cattiveria, minacci di imporre regole terrificanti e limitazioni persino per il pranzo di Natale e per il cenone di Capodanno: sembra di sentire i suoi diktat, ‘niente di quello! poco di quell’altro! via gli zuccheri!’; in quella quindicina di giorni invece ognuno vuole essere libero, giustamente, di festeggiare a suo modo, e non vuole ascoltare quel tipo di raccomandazioni. Si percepisce perciò una certa diffidenza che si trasforma poi in distanza temporanea (non a livello personale, si intende), che non permette di continuare, per quel periodo, a lavorare bene insieme. Per poi rivedersi a gennaio per ammettere, vergognosi, l’inconfessabile. Ma a pensarci bene che male c’è, a meno che non ci siano oggettive limitazioni di ordine prettamente medico, a godersi dei buoni pranzi con i parenti e con gli amici?
Fra i compiti del nutrizionista (chiamiamolo finalmente col suo nome) c’è anche quello di tenere in grande considerazione l’aspetto emozionale dell’alimentazione, quello che fa la differenza fra un pasto consumato nel rimorso e uno di soddisfazione piena. Tutti abbiamo sperimentato personalmente che è certo importante quel che si mangia, ma è altrettanto importante ‘come’ si mangia. Capita spesso di dover rimediare a danni rilevanti indotti non tanto dal pranzo in sé e dalle calorie che questo ha introdotto, quanto dai drammatici cali di autostima che ne seguono, dai complessi di colpa, dall’idea di aver commesso un grave peccato, dalla voglia di autopunirsi: tutto il beneficio derivato dalla bontà e dal sapore dei cibi, dall’allegria della tavolata, dall’amore e dal calore che chi li ha preparati vi ha riversato, va, è proprio il caso di dirlo, a farsi friggere. Rimangono solo, a questo punto, l’eccesso di calorie, i grassi saturi, l’ipertensione, la depressione, eccetera: il loro peso aumenta.
Bisogna imparare a vedere l’alimentazione non solo come un’occasione grossolana per riempire lo stomaco, ma anche come un benefico rituale da rispettare ed amare sia nei suoi aspetti personali, sia in quelli sociali. La sazietà deve essere soprattutto mentale; per quella gastrica, e qui è il trucco, è necessario impegnarsi semplicemente a non strafare con la scusa della buona compagnia e, in ogni caso, approfittare dei giorni festivi per fare delle belle camminate a passo svelto, anche queste in buona compagnia…
Tutto ciò per dire che è importante che il pranzo di Natale sia un buon pranzo, e che va gustato, condiviso, assaporato, digerito in santa pace e senza pentimenti successivi.
E Buon Natale.