Al via la "fase 4" che prevede prelievi di sangue e interviste dirette ai residenti
di Fabrizio Pinzuti
AMIATA – E’ stato pubblicato, o è in corso di pubblicazione, in questi giorni negli albi pretori delle aziende e delle agenzie coinvolte il protocollo di intesa per realizzare uno studio epidemiologico sulla salute e sulle condizioni di vita di chi vive nelle aree del bacino geotermico toscano, con particolare riferimento all’area dell’Amiata.
Uno studio sugli effetti dello sfruttamento geotermico esiste già dal 2007 e ne è responsabile l’Ars (Agenzia regionale per la Salute) attraverso il proprio Osservatorio di epidemiologia. Più che uno studio, però, quella condotta finora in tre fasi (leggibile integralmente sul supplemento 1, del n. 5/2012 della rivista “Epidemiologia & Prevenzione”) era un’analisi di dati con un’impostazione «puramente descrittiva», condotta peraltro mescolando “le diversità registrate in aree con differenti esposizioni sulle popolazioni” e con “conclusioni fuorvianti” e in contraddizione fra loro e rispetto ai dati raccolti e presentati (Medicina Democratica, n. 208 marzo-dicembre 2013, pagg. 87-99, con “consensus document” di Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Istituto Tumori di Genova, Patrizia Gentilini, oncologa dell’ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente) di Forlì, Luigi Carpentiero, AUSL 10 di Firenze).
Nonostante l’approccio indiretto queste prime ricerche, commissionate al Cnr di Pisa e alla Fondazione Monasterio, hanno certificato che esistono 54 relazioni certe tra incrementi di malattie (ad esempio tumori e malattie dell’apparato respiratorio) e concentrazioni crescenti degli inquinanti, dello stesso tipo di quelli che vengono anche prodotti dalle centrali geotermiche. È emerso anche un eccesso di mortalità rispetto al resto della Toscana (+ 13,7% rispetto all’intera regione), con un “aumento statisticamente significativo delle patologie tumorali del +19% negli ultimi sette anni presi in considerazione, con punte del 30% ad Abbadia San Salvatore, Piancastagnaio e Arcidosso”, ossia dei comuni esposti più direttamente all’attività geotermica perché più prossimi alle centrali.
La logica aristotelica suggerirebbe, non solo secondo gli ambientalisti, la possibilità di un rapporto diretto tra maggiore incidenza delle malattie e emissioni dalle centrali di sostanze pericolose, sicuramente cancerogene, come arsenico, mercurio, acido solforico. Lo studio dell’Ars conclude invece che “gli indizi e le prove raccolte evidenziano un quadro epidemiologico nell’area geotermica rassicurante perché simile a quello dei comuni limitrofi non geotermici e a quello regionale”. Non hanno retto alla prova del tempo e delle osservazioni possibili relazioni con attività pregresse esercitate sul territorio, come l’estrazione e la lavorazione del mercurio, o “stili di vita”, che anzi, secondo la stessa ARS, presentano aspetti “salutistici” migliori rispetto ad altre aree (pratica diffusa delle piccole coltivazioni, passeggiate ecc.).
Così il 10 novembre scorso con la delibera 973 la direzione regionale Politiche ambientali, energia e cambiamenti climatici della Regione Toscana ha approvato la fase 4 dello studio di approfondimento dello stato di salute delle popolazioni residenti. Il progetto di ricerca “Geotermia e salute in Toscana – fase 4”, come sottolinea il protocollo, «prevede un sostanziale cambiamento dell’approccio metodologico rispetto alle tre fasi precedenti dello studio, prevedendo il passaggio da un’impostazione puramente descrittiva a studi più orientati a valutare le reazioni fra eventi sanitari e fattori di rischio». Senza abbandonare le banche dati (numero dei malati, numero dei morti e così via) ASL, ARS, ARPAT procederanno a uno studio epidemiologico diretto, valutando l’esposizione individuale alle varie sostanze inquinanti presenti nell’area, faranno prelievi di sangue e di altro materiale biologico, lo analizzeranno alla ricerca di metalli e sostanze inquinanti con particolare riferimento ad arsenico e mercurio, due metalli prodotti dal processo industriale. Questo biomonitoraggio interesserà anche animali e vegetali, che saranno anch’essi analizzati. Non sarà trascurata la valutazione dei fattori di rischio individuali, che saranno rilevati con interviste dirette e questionari.
La popolazione sarà anche sottoposta a visite mediche, alla misurazione dei principiali parametri sanitari. Altri passaggi della ricerca riguarderanno la ricostruzione delle storie residenziali dei cittadini, i cui indirizzi saranno georeferenziati e l’analisi della distribuzione spaziale delle malattie nel territorio. Proseguirà, infine, il monitoraggio epidemiologico attraverso l’utilizzo delle banche dati sanitarie esistenti, che sono quelle dell’Arpat, dell’Asl e dell’Enel. È previsto che nello studio siano coinvolti anche i medici di medicina generale e i pediatri. Il coordinamento dello studio è affidato all’Ars, mentre l’Arpat predisporrà campagne di monitoraggio e si occuperà di informare gli amministratori locali, i cittadini e i tecnici sullo stato di avanzamento del progetto e i risultati. La convenzione tra Arpat, Asl e Ars, iniziata il 15 giugno scorso, vale fino al 31 dicembre 2017, ma potrà essere prorogata.