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di Paola Dei
SIENA. A grande richiesta al Cinema Alessandro VII ancora per pochi giorni viene proiettato Nomadland, pluripremiato film della regista cinese Chloé Zhao con una meravigliosa Frances McDormand e con David Strathairm, Linda May, Swankie con le musiche di Ludovico Einaudi e la fotografia di Joshua James Richards. McDormand è anche co-produttrice.
Adattamento cinematografico del libro Nomadland – Un racconto d’inchiesta della scrittrice e giornalista Jessica Bruder, il film ha vinto anche la 77^ Mostra d’arte cinematografica di Venezia.
Accolto favorevolmente dalla critica internazionale, il film ha un indice di gradimento del 94%, e sul sito di recensioni di Rotten Tomatoes un commento recita così: “Un poetico studio dei personaggi sui dimenticati e gli emarginati, Nomadland cattura splendidamente l’irrequietezza seguita alla Grande Recessione”.
Il film oltre al Leone d’oro e a tre Oscar, rispettivamente alla miglior attrice, alla miglior regista e al miglior film, ha portato a casa premi dai Golden Globe, dalla British Academy Film Awards, dal Toronto film Festival e da molte altre istituzioni di critica cinematografica.
La storia è quella di una donna, Fern, che durante la Grande Recessione, perde sia il marito che il lavoro, decide allora di lasciare la città di Empire nel Nevada per attraversare gli Stati Uniti occidentali con il suo furgone. La fabbrica di cartongesso dove lavorava con il marito chiude e il posto si trasforma in una città fantasma. La donna carica poche cose nel sul furgone, adattato a caravan e parte On The road, situazione che evoca la beat generation e quel Sulla strada di Jack Kerouac che cambiò radicalmente il modo di pensare di intere generazioni dagli anni 60 in poi.
Durante il viaggio fa conoscenza con altre persone, che, come lei, vivono una vita di nomadi moderni, al di fuori delle convenzioni sociali.
Un modo di vivere che permette a Fern di trovare subito l’essenza delle persone che incontra e fra queste Dave, capace di osservarla con uno sguardo che va al di là delle convenzioni sociali e della bellezza apparente.
Fern per pochi attimi sembra cedere alle avances dell’uomo che, in maniera molto semplice, le dichiara il suo amore, ma poi la vita nomade da workamper e il desiderio di libertá, prevalgono su qualsiasi altra fascinazione.
Frances/Fern è talmente brava da far sembrare allo spettatore che stia raccontando la sua storia reale, ma il film in certi momenti sembra mancare di storie rispetto alle due ore che la regista ha utilizzato, anche se il ritmo lento conferisce all’opera un aspetto meditativo, che ci permette di calarci nella realtà dei nomadi attraversando paesaggi ora meravigliosi, ora desolati ma tutti abitati dal sogno di libertà. Frances ha vissuto per la strada con la regista per quattro mesi e insieme ad altre persone incontrate che vivono realmente una vita nomade come Swankie, Linda May, Bob Wells, ideatore del Rubber Tramp Rendez vous, un grande raduno di nomadi.
L’attrice e produttrice ha dichiarato:”Ho viaggiato in sette Stati per cinque mesi e conosciuto questi nomadi che sono una grande comunità in America. Cosa mi hanno lasciato? Volete vedermi piangere? Una grande umiltà”.
Frances ha provato a diventare una di loro, si è mimetizzata e si è fatta accettare come se anche lei fosse una nomade. “Ho lavorato ad Amazon, a raccogliere barbabietole, in un bar, in un parco nazionale. Nella maggior parte dei casi nessuno mi notava. Ho anche imparato a tenere la bocca chiusa e ascoltare ed ho cercato di raccontare la loro storia non la mia”.
Lo sguardo di una regista donna conferisce alla storia un aspetto più universale e poetico per raccontare un fenomeno americano che sta diventando gigantesco. In alcuni casi, non molti invero, possiamo considerarli frutto del lockdown, ma in moltissimi casi, i più, deriva dal bisogno di libertà e allo stesso tempo di condivisione di coloro che credono ancora nel sogno americano, un sogno infrantosi su pilastri materiali e sulla troppa frenesia che ha invaso intere popolazioni. Un sogno i cui ingredienti non si misurano solo in termini economici. E la grandissima attrice, moglie di Joel Coen, ha saputo raccontarcelo insieme alla regista orientale